anni fa, ancora studente, mi capitò di trovare il libreria. si intitolava ‘in ei raisan’ che tradotto significa elogio della penombra scritto nel 1933 dal giapponese junichiro tanizaki. rimasi colpito da quel modo discorsivo e ‘leggero’ di raccontare quel mondo orientale che tanto mi affascinava e per il quale mostravo profonda ammirazione. il saggio si scagliava polemicamente contro tutti gli eccessi della cultura contemporanea giapponese e in particolare modo su un uso smodato della illuminazione elettrica. tanizaki passando in rassegna usi e costumi dell’epoca descriveva le differenze cromosomiche tra oriente e occidente lamentando una tendenza della cultura nipponica contemporanea che sempre più velocemente abbandonava tradizioni millenarie a favore della nuova cultura.
nel libro la luce, o forse sarebbe meglio dire un certo tipo di luce, era la protagonista e il punto di riferimento dell’ analisi di queste differenze. molteplici gli esempi proposti dall’autore che si soffermava a descrivere minuziosamente gli ambienti delle case tradizionali, i templi, le immagini cinematografiche, il teatro no, gli oggetti di uso quotidiano, il cibo.
la descrizione dell’odore del brodo caldo oppure del rumore dell’acque che bolle durante la preparazione della cerimonia del te mi costringevano a riflettere su un utilizzo diverso delle emozioni. per la prima volta le luci, le ombre, i contrasti mi sembravano differenti. Io che fino ad allora avevo giocato con la luce nel tentativo di dominarla, mi ero comportato da buon occidentale come colui che ‘privilegiando la vista tenta di geometrizzare l’esperienza’ svalutando tutte le altre sensazioni.

